lunedì 9 luglio 2012

La campana di vetro, Sylvia Plath



« Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica. »

Ci sono dei libri che sono stati scritti non dico da gente come noi, ma da gente che pensava come noi. Le curve del pensiero, sovrapposte, per lo più combacerebbero con le nostre e soltanto qualche sbavatura qua e là dimostrerebbe che, dopotutto, non si tratta della stessa curva. Quando un libro lo ha scritto una persona che pensava come te, tu non puoi far niente: tentare di opporre resistenza è inutile. Tentare di non lasciarsi ammaliare, inutile. Tentare di mantenere una distanza critica, inutile. Un canto di sirena si dipana fino a te dalla pagina. A mettere i tappi di cera non hai neanche provato. Ascolti. Caschi contento nel gorgo.


Qualcuno ha pensato bene di paragonare ‘La campana di vetro’ a ‘Il giovane Holden’, chiamando la protagonista, Esther, la sua controparte femminile. I romanzi, in realtà, non si somigliano molto. Lo sguardo di Holden è fresco, è uno sguardo di chi si può ancora salvare. Lo sguardo di Esther è allucinato, uno sguardo che ti trascina sul fondo. A Holden accarezzeresti la testa: tu non sei Holden, sei con Holden. A Esther la testa non la puoi accarezzare, a meno che appoggiarti la mano sulla nuca non ti sembri un gesto comunissimo. Davanti a entrambi, a Holden come a Esther, si snoda un gomitolo di dolori e di strade, di ricordi, di scene e colori che non riescono a dimenticare. Ma Holden lo guardiamo e facciamo il tifo per lui, siamo tutti lì a urlare che è giovane, che si può tirar fuori, che può essere felice. Con Esther il pensiero non ci sfiora nemmeno: essere felice, per lei, sarebbe un tradimento.
Quando la conosciamo, Esther è una diciannovenne molto fortunata. Ha vinto uno stage presso una prestigiosa rivista di moda, dopo una carriera scolastica costellata tutta di borse di studio e voti altissimi. È fidanzata con un bel ragazzo destinato a diventare un brillante dottore. È abbastanza graziosa, troppo intelligente e scrive poesie. No, non scrive poesie, è un poeta. La qualifica di poeta è la sola che Esther si dia autonomamente, la sola che sembri riconoscere, la sola che conti qualcosa. Ed è solo e proprio nel momento in cui scopre di non essere più un poeta – quando si mette alla macchina da scrivere e non le viene fuori niente, quando le lettere tracciate sul foglio di carta le restituiscono una grafia distorta e infantile – che qualcosa dentro di lei si spacca con un fracasso infernale.
Fino a quel momento, Esther era sì consapevole di avere davanti delle difficoltà, consapevole che le sue capacità mentali si stavano pian piano sfilacciando, ma mai il terrore la aveva invasa fino a paralizzarla, a spingerla a risoluzioni estreme quali il suicidio, i suicidi, i mille piccoli tentativi di annientarsi disposti qua e là lungo tutta la narrazione e destinati a scattare a vuoto come trappole per topi mal congegnate. Uccidendosi, Esther non ucciderebbe niente di più che un involucro. Il soffio vitale è già fuori di lei. È uscito, si è perduto, esploso al contatto con la vita e i suoi meccanismi di produzione e distruzione. Eppure, anche se Esther è già morta, anche se la sola Esther che conti è già morta, tutti si affaccendano intorno al suo cadavere per far sì che l’involucro non muoia. Coccolano il suo scheletro, ci parlano, lo ingozzano di insulina. 

« Capii allora che il mio corpo conosceva un’infinità di trucchetti, tipo togliere la forza alle mie mani nel momento cruciale, che gli avrebbe salvato ogni volta la vita, mentre, se fosse dipeso solo da me, in un attimo l’avrei fatta finita. Dunque dovevo tendergli un’imboscata con quel po’ di intelligenza che mi rimaneva, altrimenti quello mi avrebbe tenuta intrappolata nella sua stupida gabbia per altri cinquant’anni di ebetudine ».

Ma il corpo non è l’unica gabbia contro cui Esther deve dibattersi. Il corpo è soltanto la gabbia più superficiale, quella che aderisce strettamente allo spirito. Sopra il corpo tutta un’altra serie di pinnacoli e di guglie si innalza, e questa è la campana di vetro. La campana di vetro è la matrioska multistrato in cui sei immerso dacché sei nato. Nella matrioska più piccola c’è la tua famiglia, in quella poco sopra la famiglia che ti formerai, poi la scuola, il lavoro, le istituzioni, le consuetudini, i sistemi di pensiero, le religioni. A volerla sfogliare tutta come una cipolla, la campana di vetro ha la forma del cosmo. Tutto il cosmo in ogni sua parte è una campana di vetro. Essendo grande, la campana non pesa su tutti allo stesso modo. In qualche punto, anzi, si respira abbastanza bene. Ma a seconda delle circostanze, del sesso, dell’educazione la campana ti preme un po’ di più o un po’ di meno.
Se sei una donna come Esther, nell’America degli anni Cinquanta, la campana di vetro ti pesa addosso un bel po’. Innanzitutto, o ti sposi o sei poeta. Qualunque persona sana di mente vedrà che sono impossibili insieme. Secondo, o ti sposi e rimani vergine per tuo marito (mentre tuo marito, beninteso, non rimane vergine per te) o hai una vita sessuale franca e schietta e allora subisci le conseguenze a tuo carico (vedi gravidanze indesiderate e scandali). A dirla tutta, la società perbenista e maschilista nella quale Esther è immersa è quella che di più appesantisce la campana di vetro. Per Esther gli uomini sono creature grottesche, tra le quali si muove con circospezione, e che si dividono in ‘uomini che potresti sposare e che quindi ti trasformerebbero in una moglie-zombie accondiscendente’ e ‘uomini che potresti scopare e quindi usare per assumere il controllo sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi cicli’. 

« Era sempre la stessa storia: adocchiavo un ragazzo e da lontano sembrava perfetto, ma non appena si faceva più vicino, scoprivo che non mi piaceva più. Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L’ultima cosa che desideravo era la sicurezza assoluta ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio». 

Il fantasma del matrimonio e l’incubo della verginità – l’amore non è tra le alternative – pendono sulla testa di Esther come una solida spada di Damocle. Lei si sposta un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Ma nel centro, nell’oscillazione è la follia.
Altro sonoro rintocco sulla campana di vetro è il din-don della religione. Cattolicesimo, unitarianesimo, puritanesimo sono tutte uguali, tutte ugualmente pronte a incasellarti nei loro schemi rigidi, quegli schemi comodi come linee rette nei quali non c’è alcun bisogno di pensare. 

« Gli avevo detto che credevo nell’inferno, e che certe persone, io per esempio, erano condannate a vivere all’inferno durante la vita, per compensare il fatto di non andarci dopo morte, visto che non credevano nell’aldilà, e che dopo la morte a ciascuno succede quello in cui aveva creduto ».

Poi ci sono i genitori, che ti vogliono sana, stupida e felice. Poi gli amici, che ti vogliono simpatica e vestita bene. Poi i dottori, che vogliono sapere perché stai male. E infine ci sei te, il nocciolo duro della campana di vetro, la punta di diamante che ruota e strilla e strepita ma non crepa. La campana non si rompe. Se si incrina, la aggiusteranno per te. Non potrai mai fuggire.


Io credo che questo libro fiero, crudo, spietato sarebbe molto più noto di quanto già non sia se solo in copertina non ci fosse quel nome di donna che fa storcere il naso ai maschietti, se chi l’ha scritto non si fosse suicidato, attirandosi quei sospetti di ‘cianfrusaglia deprimente scritta da una persona disturbata’. Io credo che un libro che scava così tanto nella malattia e nel suicidio, un libro che ci fa entrare nelle vasche da bagno e nelle cliniche dove ti addomesticano con l’elettroshock, acquisti una validità ancora più assoluta per il fatto – ovvio, brutale – che Sylvia Plath ha effettivamente vissuto quel che racconta, che ha portato la merenda ai suoi bambini e ha infilato la testa in un forno e nessuno, nessuno l’ha trovata prima che fosse troppo tardi.
Io credo che questo libro non dica ‘La vita fa schifo, perché non ce la togliamo tutti?’. Anzi, io credo che questo libro voglia dire o almeno dica a me, ‘Ecco, qui sta il problema, qui, proprio qui, dietro l’orecchio destro, e adesso che io te l’ho circoscritto e definito, sta a te vedere come puoi estirparlo. Se puoi estirparlo. Se vuoi estirparlo.’
Io credo e lo dico sinceramente che perdere Sylvia Plath sia stata una gran perdita. E avrei preferito che rimanesse con me, che scrivesse altri tre, altri quattro libri come questo, invece che scriverne uno solo e suggellarlo col più definitivo, col più puro atto di potenza. 

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