domenica 27 dicembre 2015

C'è un tempo per fare i bilanci

L’anno muta i suoi numerini costituenti e ancora una volta per me è tempo di bilanci. Gesù entrerà nel 2016esimo anno, io nel primo quarto di secolo. Se lo scrivo sul blog, è solo per non sentire le mie parole che rimbalzano contro il vuoto. Il 2015 ha portato alcune novità nella mia vita: ne farò un elenco puntato, così vederle sotto gli occhi mi darà il senso di aver conquistato qualcosa.

  • Ho terminato i miei esami all’Università, tra cui quello di russo, mio feticcio per un intero biennio;
  • Ho svolto 6 mesi di tirocinio in una cooperativa, facendo i compiti con tanti studenti diversi, un’esperienza che a livello umano mi ha molto arricchito;
  • Ho cominciato a dare ripetizioni;
  • Ho guardato belle serie tv;
  • Ho seguito un corso di scrittura, conosciuto bravi scrittori, e auto-pubblicato il mio primo racconto in ebook;
  • Sono entrata al Salone del Libro di Torino con una riduzione per scrittori farlocca;
  • Ho preso l’aereo per la prima volta nella mia vita, anzi ne ho presi 5;
  • Sono stata per la prima volta in un paese di lingua inglese, l’Irlanda, e avrei desiderato non tornare indietro;
  • Ho aperto un blog di viaggi e sognato più viaggi di quanti il mio portafoglio possa consentire;
  • Abbiamo preso un nuovo gatto, la Molly;
  • Per la prima volta ho fatto da volontaria a un festival letterario;
  • Ho (quasi) terminato una tesi, l’ultima;
  • Mi sono iscritta a un altro corso di scrittura.

Eppure non ho fatto nulla per essere felice. 

martedì 17 novembre 2015

Leggere in vacanza: soluzioni di una viaggia-lettrice

Riproduco in questa sede un articolo del mio secondo blog (I viaggiascrittori), in cui ho parlato del binomio libri/vacanze, che desta le preoccupazioni più sentite di ogni vero lettore. Buona lettura! L'originale lo trovate qui

Una delle cose che amo di più delle vacanze e dei viaggi è la possibilità di leggere in tutta tranquillità (ovviamente, tra un'escursione e l'altra!). Sì, mi avete beccata: non sono una di quelle viaggiatrici infaticabili, che consumano suole e occhi per esplorare tutta la superficie esplorabile. Lo confesso (anche se molti di voi lo avranno già capito): rientro nella categoria delle viaggiatrici pigre, che amano godere della componente rilassante e riappacificante di un viaggio. Stendermi su una sdraio, su un asciugamano, sedere sulla sabbia, su uno scoglio, sul sedile di un treno o di un aereo e perdermi in un buon libro è una tentazione irrinunciabile, che spesso fa sfumare l'orizzonte che ho di fronte, accendendo nella mente diversi orizzonti libreschi, confondendo l'orizzonte di fronte con l'orizzonte libresco, e in questo modo amplificando enormemente l'esperienza del viaggio: viaggia il corpo, viaggia la mente, si mescola il tutto e bum! Come direbbe il Dottore, è un punto fisso nello spazio e nel tempo. Ma in tutto questo c'è un inconveniente. Poniamo che dobbiate restare lontani per un arco sufficientemente lungo di tempo (es. due settimane). Sufficientemente lungo, si intende, per la vostra velocità di lettura! A me capita spesso di non avere abbastanza letture con me, di restare senza un libro, un giornalino, una pergamena... Negli anni, tuttavia, ho sviluppato alcune misure di emergenza. Scopritele con me!

Da grandi libri derivano grandi responsabilità

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George R.R. Martin, A Game of Thrones + A Clash of Kings
Uno dei trucchi per non dover trascinarsi dietro l'intera biblioteca di casa è concentrare le dimensioni della biblioteca di casa in un libro solo. Cioè? Beh, le vacanze sono il momento migliore per leggere i cosiddetti mattoni: quei libri che, per mole e densità, non vi sentite di affrontare in altri periodi dell'anno. Certo, non sono affatto maneggevoli, tuttavia vi risparmieranno l'inconveniente di scelte multiple e sofferte. Qualche esempio? Anna Karenina, IT, un libro qualsiasi di George R.R. Martin (non la versione spezzettata della Mondadori!), I Fratelli Karamazov, Notre-Dame de Paris... sono solo alcuni dei titoli che ho trascinato per isole, spiagge, scogli, continenti, sedili, con assoluta soddisfazione.

Libri a km zero

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Avete paura che nella vostra valigia libri e vestiti possano entrare in conflitto? Che una camicetta prenda per i capelli la gonna di Anna Karenina, distruggendo l'equilibrio dell'equipaggiamento (o, più probabilmente, facendovi entrare in conflitto con il limite di peso per stiva e bagaglio a mano)? Non c'è problema: il mondo è pieno di librerie! Certo, se siete in partenza per l'estero sarà più difficile trovare qualcosa in italiano, ma ormai siamo anche noi un popolo cosmopolita, neh? E compratevelo un libro in inglese! Ricordo con nostalgia alcune graziose librerie che hanno incrociato i miei viaggi: una piccola libreria a Ponza, dal commesso straordinariamente simpatico; una libreria dall'archittetura stranissima sul lungomare di Viareggio; una grande Giunti a Palermo in cui comprai il primo Harry Potter in lingua originale; una libreria di Misano che saccheggiai per superare la giornata da donna mestruata in spiaggia... E la lista potrebbe continuare. Nel 2005, anno in cui andai per la prima volta in crociera con la mia famiglia, arrivai a compiere un gesto disperato: mi rivolsi per aiuto alla biblioteca... della nave da crociera! Di solito, le navi della Costa Crociere hanno una biblioteca a bordo, per quei pochi bibliofili che mal sopportano di lenire i giorni di navigazione con la mini-piscina. E per fortuna.

E-libri

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George R.R. Martin, A Feast for Crows (su Kobo Glo)
Non sono e non sono mai stata un'annusatrice patologica di libri. La carta mi piace, amo sottolinearla, sguarcirla, renderla mia (no, non sono decisamente una lettrice rispettosa), ma l'avvento degli ebook ha reso più semplice e leggera la lettura in vacanza, e non si può non prenderne atto. Un paio di anni fa ho acquistato il mio primo Kobo e devo riconoscerne tutta l'utilità: in un rettangolo di pochi centrimetri di superficie e pochi grammi di peso si possono immagazzinare centinaia di libri e non rimanere mai senza. Oltretutto, l'uso degli ebook reader è consentito persino in aereo (naturalmente, in modalità offline). Ogni rosa, tuttavia, ha le sue spine: per esempio il Kobo va soggetto ad attacchi di panico quando lo si espone alla luce diretta del sole, si blocca e va resettato con un oggetto appuntito. Per questo motivo ho sempre con me uno stuzzicadenti per ovviare al problema (quest'estate alle Canarie mi è stato d'aiuto in più di un'occasione).

Non ho la pretesa che le mie soluzioni per leggere in vacanza siano intelligenti o particolarmente originali. Per questo motivo, mi piacerebbe saperne di più da voi. Vi piace leggere in vacanza? E come vi organizzate per avere a portata di mano i vostri tessssori? Ditelo a una viaggia-lettrice compulsiva!

mercoledì 11 novembre 2015

Una donna, Sibilla Aleramo

«Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutte quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello, alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni». 


Ho raccolto questo libro dallo scaffale un po’ per caso, in cerca di una lettura breve, ma che potessi lasciarmi qualcosa. È stata una buona decisione, per quanto inconscia. Di Sibilla Aleramo conoscevo soltanto il nome e, a dire il vero, nemmeno quello, trattandosi di uno pseudonimo. Avevo vaghe cognizioni della sua vita e della sua opera e anche ora posso dire di conoscerne soltanto una parte, quella che si affaccia in questo romanzo autobiografico, che racconta i primi anni della sua vita. Esso racconta, in effetti, di un’altra vita, quella di Marta detta Rina, di una gemma di donna pronta a schiudersi e a sbocciare solo nelle ultime righe del testo, staccandosi dalla pagina per librarsi e – liberarsi – verso un’esistenza femminile più consapevole e dignitosa.

Marta detta Rina è ragazza intelligente, caparbia, coraggiosa, intrappolata in un’esistenza troppo stretta, costretta ad assistere al disfacimento della propria famiglia e alla follia della madre. Vittima di una violenza carnale in giovane età, è spinta a un matrimonio riparatore con un uomo ottuso e prepotente. Le uniche gioie della sua vita coniugale vengono dall’amore per il figlio Walter e dal fatto di poter in qualche modo esercitare una propria indipendenza, attraverso la collaborazione con riviste femminili e gli studi.
E, proprio attraverso lo studio, attraverso il contatto con un ambiente diverso da quello famigliare, Marta detta Rina matura la lenta ma progressiva consapevolezza di star conducendo un’esistenza ignominiosa, accanto a un marito che non ama e che non la ama e che, per di più, la sottopone a continue violenze fisiche e psicologiche. Marta detta Rina aspira a rivendicare la propria dignità di donna, a rivendicare tale dignità per tutte le donne, a vivere senza rimorsi e vergogna il suo bisogno d’amore. Questo la porta, in ultima analisi, al sacrificio che considera supremo: l’allontanamento dalla casa coniugale e la perdita dei diritti su suo figlio, unico legame che per tanti anni l’aveva tenuta in vita. Il punto di arrivo della sua maturazione è estremamente doloroso, ma ancora oggi illuminante:

«Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?»


Marta detta Rina è un’Anna Karenina in carne ed ossa, che però non finisce i suoi giorni sulle rotaie, ma nei salotti mondani, dove allaccia avventure e storie d’amore, con uomini e donne, e dove scrive, esprime se stessa, vive a tutto tondo. Ma ormai non è più Marta né Rina: è Sibilla, rinata dalle ceneri della ragazza, e questa donna io non la conosco ancora bene.

Questo romanzo, uscito in Italia nel 1906, non è privo di difetti. Al lettore contemporaneo potrà risultare un po’ troppo enfatico e, al tempo stesso, un po’ troppo reticente: dettagli sui nomi, sui luoghi, persino sulle violenze sono sistematicamente abrasi e appaiono soltanto fra le righe. È un libro, ancora, che racconta molto, ma mostra molto poco, e oggi forse non sarebbe neanche pubblicato. Eppure, per fortuna, fu pubblicato in un’epoca ancora oscura per la donna com’era l’inizio del secolo scorso ed esercitò la sua influenza: forse salvò da un’esistenza buia qualche decina di Marte e di Rine, forse aprì gli occhi di molte altre. Certamente spalancò la strada a un tipo di scrittura femminile schietta, intrisa di verità e di miseria, che non era fino ad allora praticata.

«Un libro, il libro… Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentivo necessario, di un libro d’amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta».

Ieri sera, dopo aver terminato la lettura, ho voluto fare una ricerca. Mi domandavo se Sibilla fosse riuscita a riallacciare un rapporto con suo figlio. Ho scoperto, purtroppo, che si rividero soltanto tre volte e che lui non le perdonò il suo abbandono. E questa, sono sincera, è la cosa che mi ha riempito di tristezza più di tutte.

venerdì 30 ottobre 2015

I falsi Demetrii, Prosper Mérimée

«Chi era quest’uomo singolare che, giunto con l’impostura alla più alta fortuna, se ne mostrò degno per le sue grandi qualità? Questo avventuriero che, spogliati gli stracci della miseria per rivestire il manto imperiale, lo portò con disinvoltura; questo sovrano cui, se devo osare dirlo, non mancò forse che di saper versare il sangue per divenire il capostipite d’una dinastia? I suoi contemporanei non poterono chiarire il mistero in cui è avvolta la sua origine; possiamo sperare di penetrarlo noi oggi?»


La storia dei falsi Demetrii ha inizio il 15 maggio 1591, quando il figlio decenne dello zar Ivan il Terribile, Demetrio, muore in un tragico incidente o viene più probabilmente assassinato. Alla morte di Ivan, la corona di Russia passa al figlio maggiore Fedor e da lui al suo consigliere e uomo di fiducia, Boris Godunov, il quale è forse il mandante dell’omicidio di Demetrio. Ma Demetrio o il suo fantasma non sono morti per sempre: resusciteranno, infatti, più di una volta, la prima nel 1603, quando un giovane servitore di umili origini convince il suo signore polacco di essere in realtà lo scampato Demetrio, unico figlio ancora in vita dello zar Ivan e destinato a regnare su tutte le Russie. L’inganno funziona: il primo falso Demetrio riceve il sostegno della corte polacca e del re Sigismondo e si volge alla conquista della Russia a capo di un vasto esercito. Inaspettatamente, il suo valore militare e l’abilità nel reggere l’inganno gli consegnano Mosca: è eletto zar e sposa una principessa polacca, Marina. Era un uomo venuto dal nulla, certamente di bassa estrazione, forse un ex studente passato tra le file dei Cosacchi, animato dal sogno di diventare zar. Era un uomo generoso, ironico, tollerante, coraggioso, bello, intelligente: un uomo che in nessun mondo è destinato a regnare a lungo, ma soltanto a soccombere a inganni più malvagi del suo. Smascherato, ucciso, il suo corpo dilaniato per tre giorni, seppellito, riesumato, bruciato: le sue ceneri sono sparate con un cannone verso la Polonia, tuttavia non cessa di esistere. Un secondo falso Demetrio ne nasce come fenice, più rozzo, ma abbastanza credibile da rivendicare per sé il trono e la sposa. Come nella figura delle matrioske, in ogni Demetrio ce n’è un altro più piccolo pronto a saltare fuori. Finché non resta che l’ultimo fantoccio.

La storia raccontata da Prosper Mérimée è tremendamente vera e abilmente narrata. La sua scrittura restituisce ai diversi personaggi un calore e un carattere da romanzo, pur trattandosi di un saggio: Boris Godunov, i due Demetrii, Marina e molti altri ne escono vivi, ancora con le gote rosse, sottratti all’oblio di un’epoca che i russi chiamano dei “Torbidi”, per il clima di intrigo, anarchia e crimine che la caratterizzarono. Ne risulta un quadro di abnorme turpitudine morale, il quale però esercita sul lettore un fascino indiscutibile, costringendolo a ruminare la possibilità e il desiderio di un romanzo sull’argomento. O magari un ciclo di romanzi. Una serie tv. Un film. Una serie di film. Facciamo sette? E l’ultimo lo dividiamo in due parti: per goderne, come di ogni bella storia, fino alla fine. 

mercoledì 21 ottobre 2015

Il caso Jane Eyre, Jasper Fforde

«Ci sono cose più importanti delle leggi e dei regolamenti. Le mode e i governi vanno e vengono, ma Jane Eyre è per sempre. Darei qualunque cosa pur di portare in salvo quel romanzo».


Corteggiavo questo romanzo – Jane Eyre fa già parte del mio corredo cromosomico – da molto tempo, ma non avevo il coraggio di acquistarlo, per paura di una delusione. Così, dove non arriva il portafoglio, arriva la biblioteca. E, dove c’è biblioteca, c’è gioia. Una gioia vieppiù accresciuta dalla lettura di questa delizia, un vero gioiellino per bibliofili, amanti dei paradossi temporali, appassionati di gialli, malati di Doctor Who. Un libro che, se attribuissi a Fforde capacità di preveggenza, direi: è stato scritto per me.
La vicenda è ambientata nel 1985, ma non in quello che conosciamo. Nel 1985 immaginato da Fforde l’Inghilterra è in guerra con la Crimea da più di cento anni, il Galles è una repubblica indipendente, si può viaggiare nel tempo ed esistono i DLett, agenti che si occupano di crimini “letterari” (falsificazioni di manoscritti, furti di prime edizioni, ecc.). Thursday Next è una di loro, ma anche molto di più: veterana della campagna di Crimea, figlia di un ricercato della CronoGuardia, nipote di un geniale scienziato… Come se non bastasse, nella sua vita irrompono un famoso manoscritto (il Martin Chuzzlewit di Dickens) e il super-cattivo Acheron Hades. E Jane Eyre, vi chiederete, dov’è? Questo vi lascio il piacere di scoprirlo.

Ho adorato l’ironia di cui è intessuto il romanzo, l’esuberanza citazionistica, le baruffe sull’identità di Shakespeare, le goffe sparatorie, i cattivi teatrali e poco credibili. Tutte queste cose, che a occhi di altri potrebbero costituire un difetto, sono per me motivo per disegnare cuoricini nell’aria: è il gusto rotondo del trash letterario ben fatto, auto-consapevole e auto-ironico. Per mia fortuna, Fforde non si è fermato a questo primo romanzo e neanche ai 76 rifiuti ricevuti: esiste, invece, un’intera serie dedicata alle avventure della DLett Thursday, di cui la Marcos y Marcos ha pubblicato alcuni volumi. Con immensa gioia della sottoscritta e di tutti i lettori del mio stampo. 

lunedì 21 settembre 2015

Proiettili

Odio le persone
che sparano sulle persone
quelli che sparano con le pistole
quelli che sparano con le parole
i primi sono malvagi
i secondi anche
vigliacchi. 

Di Chiara Pagliochini

sabato 19 settembre 2015

L'innocenza, Tracy Chevalier

«La tensione fra due forze contrarie fa di noi ciò che siamo. Noi le abbiamo entrambe, mescolate nel cuore, dove si danno battaglia e mandano scintille. Non siamo solo luce, ma anche tenebra, non abbiamo solo la pace ma anche la guerra. Siamo innocenti eppure smaliziati […] E c’è una lezione che faremmo bene a imparare: il mondo si rispecchia intero in ogni fiore».


Quando un romanzo della Chevalier finisce, qualcuno nel mondo si ritrova con la testa ciondoloni da un lato, una guancia appoggiata al pugno chiuso, il gomito puntellato sul tavolo, a chiedersi perché abbia intrapreso quella lettura e cosa sperava di trovarvi che invece non c’è.
Dopo aver letto due libri di questa autrice statunitense (il primo fu Strane creature), ho infatti l’impressione che la sua scrittura continuerà sistematicamente a mancare l’obiettivo che io pretendo da essa, lasciandomi perplessa e spazientita. E, se sono un po’ dura, è perché mi rattrista pensare che un romanzo di così belle promesse come L’innocenza, che scomoda persino il signor William Blake, finisca per non mantenerne alcuna.
Londra, fine Settecento. La famiglia Kellaway si trasferisce dal bucolico Dorsetshire alla caotica capitale inglese inseguendo un circo. Di essa fanno parte Thomas, intagliatore di sedie, sua moglie e due figli adolescenti, Jem e Maisie. Maisie si innamora di John, acrobata a cavallo, donnaiolo e figlio del proprietario del circo. Jem si innamora (ma non lo sa) di Maggie, monella londinese che nasconde un segreto. Vicini di casa dei Kellaway sono niente di meno che William Blake, poeta e incisore dalle scomode idee politiche, e la sua consorte. Il tutto è condito da una buona dose di pericolosa nebbia, pub, tagliagole, sfruttamento e prostituzione minorili, innocenza rubata, poesia…

Sembrerebbe un romanzo fantastico, neh? Ecco perché mi arrabbio: poteva essere un romanzo storico davvero ben riuscito, se la Chevalier non si fosse limitata ad accennare a ognuno di questi elementi senza approfondirne alcuno (sulla questione dell’approfondimento si veda alla voce: caratterizzazione psicologica mancata dei personaggi). Non basta la varietà degli ingredienti per fare una buona insalata: bisogna condirla. E, a mio avviso, qui c’è poco sale.
Persino il Blake tratteggiato dall’autrice risulta appena abbozzato, non più che una figura trasognata, estremamente gentile e con i Canti dell’Innocenza sempre sulle labbra. E qui lasciate che esprima tutto il mio risentimento verso le scelte editoriali: sono d’accordo sul fatto che i versi di Blake di cui la Chevalier infarcisce la narrazione andassero tradotti, ma non si poteva scegliere una traduzione graziosa, che almeno non tradisse l’irrinunciabile musicalità dell’originale? Incontrare i Canti dell’Innocenza e i Canti dell’Esperienza in questa veste mi suscita un moto di spontanea repulsione. Vi sfido a confrontare (rigorosamente con lettura ad alta voce):

Io mi aggiro per ogni strada urbana,
dell’urbano Tamigi lungo il corso,
e impressi in ogni volto segni incontro,
segni di sofferenza e abbattimento.
In ogni grido di qualunque Uomo,
nel pianto di paura d’ogni Bimbo,
in ogni voce e proibizione avverto
le manette forgiate dalla mente. 

Con:
I wander thro’ each charter’d street,
Near where the charter’d Thames does flow.
And mark in every face I meet
Marks of weakness, marks of woe.
In every cry of every Man,
In every Infants cry of fear,
In every voice: in every ban,
The mind-forg’d manacles I hear…

Tutta questa filippica e alla fine hai dato ben 3 stelline?, vi starete chiedendo. Certo, perché L’innocenza non è un brutto romanzo. Solo, secondo me non è abbastanza bello. È in queste sfumature che si annida il risentimento del lettore. 


sabato 5 settembre 2015

Mia cugina Rachele, Daphne Du Maurier

«Eravamo insofferenti nei confronti dei nostri simili, ma comunque bramosi d’affetto; la timidezza aveva tenuto sotto chiave qualunque impulso, ma poi il cuore era stato toccato. E quando il cuore fu toccato, per noi sembrò spalancarsi il paradiso e ci parve di possedere – sì, a entrambi – tutta la ricchezza dell’universo. Se fossimo stati diversi, saremmo sopravvissuti».


Il mio amore per Daphne Du Maurier è nato molti anni fa, quando, essendomi imbattuta per la prima volta in Rebecca la prima moglie, cominciai a inseguire la stessa storia in film, fiction e nel romanzo, fino a farla un po’ mia e quasi a volerla riscrivere in prima persona. Di questa autrice inglese dal nome francese amo le atmosfere torbide e inquiete, la sensazione di scoprire un segreto a ogni curva della narrazione (anche in assenza di veri segreti) e l’idea dell’amore come forza logorante a cui non ci si può opporre. Nei suoi romanzi leggiamo di amori avvelenati e distruttivi, indissolubilmente legati al crimine e alla morte: è questo a renderli così peculiari, a tenere il lettore col fiato sospeso in un estenuante volta-pagina, nell’attesa che la tensione che finora l’ha attanagliato si plachi o culmini una buona volta.
Mia cugina Rachele è un ottimo esempio di tutto ciò e, nonostante riservi meno colpi di scena del più noto Rebecca, sa far dono di ore molto piacevoli. A renderlo speciale è l’ambiguità mai sciolta della figura di Rachele, un’avvenente nobile italo-inglese in cui si combinano tutte le sfumature del femminino. A narrarci di lei è il giovane Philip, ventiquattrenne di belle speranze, cresciuto nella tenuta di famiglia dal cugino Ambrose, per cui nutre una sfrenata venerazione. Per problemi di salute, Ambrose è costretto a trascorrere qualche tempo in Italia, dove conosce Rachele e se ne innamora. I due si sposano e vivono insieme per un anno a Firenze, finché Ambrose è stroncato da una malattia improvvisa. Philip è distrutto dal dolore, dall’odio e dalla gelosia per la donna che gli ha portato via colui che considerava un padre: la stessa donna che poi si presenta alla porta della sua casa e che sembra così diversa dall’idea che si era fatto di lei… Ma perché Rachele è venuta in Inghilterra? Per visitare i luoghi amati da Ambrose o perché ha qualche mira sul suo testamento, da cui è stata esclusa? Mi fermo qui: tutto questo avviene entro le prime 50 pagine del romanzo e ho intenzione di lasciarvi intatto il piacere del resto.


La storia, che sembrerebbe vincolata a una trama un po’ scontata, è resa accattivante e quasi sadicamente divertente dal personaggio di Rachele, che risulta la stratificazione di diverse personalità e luoghi comuni sul femminile. Rachele è tutto e il contrario di tutto: è la femme fatale che ruba il cuore degli uomini, conducendoli alla perdizione; è la strega che conosce le antiche arti delle erbe, che usa per curare e far ammalare; è la fanciulla che ha bisogno di essere salvata, anche da se stessa; è la donna del focolare, che sa amministrare una casa e tenere brillante la conversazione; è l’amazzone indipendente e impulsiva, che non si lascia comandare dagli uomini. Rachele sa calarsi in ognuna di queste parti e indossarle per il proprio piacere o per il piacere della manipolazione, l’arte in cui riesce meglio di tutte. Ma la cosa più interessare è avvertire che Rachele non è una donna più speciale delle altre, ma che anche noi, in quanto donne, siamo Rachele e nel corso della nostra vita ricopriamo un numero incredibilmente alto di ruoli, indossando maschere che il più delle volte sono state dipinte per noi dal sesso maschile. Per questo, in fin dei conti, l’anima nera (ma è davvero così?) di Rachele non suscita odio o sgomento nelle lettrici, ma un’inaspettata simpatia. Osservarla attraverso gli occhi ingenui di Philip conferisce alla narrazione un tono di nascosta ironia, che forse solo le lettrici coglieranno. Su tutto aleggia un pensiero frivolo e sbarazzino, ma che dà grande piacere: gli uomini… sono così semplici.

lunedì 24 agosto 2015

Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson

«Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni. Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni».


Ho iniziato e terminato questo libro durante un viaggio in treno e devo dire che si è rivelato un’ottima compagnia. Sapevo che la Jackson è una delle fonti di ispirazione di Stephen King e che, quindi, mi sarei trovata a leggere una storia in bilico tra horror e giallo. In realtà (come nel caso di King) ho trovato molto di più.
Abbiamo sempre vissuto nel castello è la storia dell’amore tra due sorelle, Mary Katherine e Constance Blackwood, rimaste orfane in seguito a un tragico e misterioso evento. A eccezione di uno zio, Julian, tutti i membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati durante una cena, sei anni prima. All’epoca del fatto Constance era stata accusata dell’omicidio, ma presto scagionata: questo, tuttavia, non impedisce agli abitanti del villaggio limitrofo di continuare a sospettare, schernire, odiare e segretamente temere le sorelle Blackwood, che sono state costrette a tagliare ogni rapporto con la società. Ma Merricat e Connie sono felici nel loro isolamento: la loro vita è tutta intessuta di piccole gioie e ritmi indistruttibili, parole magiche, oggetti-talismani e manicaretti. Tutto procede per il meglio, finché un estraneo, quasi uno spirito maligno dal passato, non manda in frantumi la corazza che si sono faticosamente costruite, pretendendo che rientrino a forza nel mondo e abbandonino la loro vita sulla luna.
La vicenda è narrata in prima persona da Mary Katherine, diciottenne il cui sviluppo sembra irrimediabilmente bloccato a uno stadio di selvaggia infanzia. Nella sua voce sono forti i toni dell’odio e della paura, ma anche quelli dell’amore per la sorella, lo zio, la casa e il gatto Jonas. La sua narrazione lascia nel lettore un amalgama di sentimenti contrastanti: empatia, pietà, disagio, irritazione… A tratti si avverte la necessità di posare il libro per qualche minuto, sottraendosi al suo incantesimo verbale, a quella strisciante sensazione di fastidio mista a morbosa curiosità. Poi lo si riapre ed ecco che la scrittura della Jackson, pulita e ammaliante, trascina di nuovo il lettore con sé.
Il finale non è un muro o una sorpresa, ma piuttosto una ripresa circolare. Ci si rende conto che la storia letta imita la superficie notturna del mare, punteggiato d’onde dalla crestina bianca: una massa d’acqua buia e minacciosa, che proprio quell’oscurità rende così seducente. 

lunedì 13 luglio 2015

Delitto e castigo, Fëdor Dostoevskij

«Perché vivere? A cosa mirare?  A cosa aspirare? Vivere solo per esistere? Ma anche prima era pronto a dare mille volte la sua esistenza per un’idea, per una speranza, perfino per una fantasia. La sola esistenza era sempre stata troppo poco per lui; aveva sempre voluto di più. Forse solo per l’intensità dei suoi desideri allora si era considerato un uomo a cui era permesso più che ad altri».


Che cosa può aggiungere la mia piccola opinione a quanto si è già detto o scritto su un romanzo come questo? La mia vita ne è completamente schiacciata.
Ho conosciuto Raskol’nikov per la prima volta qualche settimana fa: ha 150 anni, ma se li porta piuttosto bene. È studente fuori sede, a San Pietroburgo; la madre lo mantiene con la pensione del babbo. I soldi, però, non sono abbastanza, così ha lasciato l’università, non paga l’affitto e passa tutto il tempo coricato sul divano del suo appartamento, uno squallido abbaino in cui non riesce quasi a stare in piedi. Qui, morso dalla fame, dal freddo e dalla nevrosi, cova torbidi pensieri: sa di essere intelligente e forse destinato a grandi cose, ma la miseria annienta ogni sua ambizione; sa che, se solo avesse 3000 rubli, potrebbe tornare all’università, gettare le prime basi per una sua carriera e offrire una posizione solida alla madre e alla sorella, che tanto ama. Inoltre, sa che quei 3000 rubli sono senza fallo posseduti da una vecchia strozzina, egoista e malvagia.
«… da una parte una vecchietta stupida, balorda, insignificante, cattiva e malata, che non serve a nessuno, anzi è dannosa a tutti, che non sa neanche lei perché vive e che domani comunque morirà per conto suo. […] Dall’altra parte, forze giovani, fresche, che vanno perdute inutilmente senza sostegno, e a migliaia, e ovunque! Cento, mille buone azioni e imprese, che si possono organizzare e aggiustare con i soldi della vecchia, destinati al monastero! Centinaia, forse migliaia di esistenze indirizzate sulla giusta strada; decine di famiglie salvate dalla miseria, dalla degradazione, dalla rovina, dal vizio, dagli ospedali per le malattie veneree: e tutto questo con i suoi soldi. Uccidila e prendi i suoi soldi per consacrarti poi con il loro aiuto al servizio di tutta l’umanità e della causa comune; che ne pensi: un unico, minuscolo delitto non sarà forse espiato da migliaia di buone azioni? Per una sola vita, migliaia di vite salvate dalla putrefazione e dalla corruzione. Una sola morte e cento vite in cambio: dopotutto è aritmetica! E poi che cosa significa, sulla bilancia generale, la vita di questa vecchiaccia tisica, stupida e malvagia? Non più della vita di un pidocchio, di uno scarafaggio, anzi non vale neppure quella, perché la vecchiaccia è dannosa».

Sembra un conto facile, ma la bilancia generale della vita non segue le regole dell’aritmetica. Oppure Raskol’nikov non sa contare. Qualcosa va storto, nel delitto e nella sua mente, e quello che doveva essere l’inizio della sua ascesa alla vita si trasforma invece in una discesa: uno sprofondamento nel gorgo che è dentro di lui e che è la stessa San Pietroburgo, capitale putrida, sfarzosa e corrotta, ricettacolo di profittatori, usurai, ubriaconi, prostitute, affittacamere, ruffiani, pedofili. Raskol’nikov si trova intriso fino alle ossa in un mondo di delirio e di sofferenza, di ingiustizia e di perversione; il suo percorso si incrocia con quello di veri angeli e di veri demòni. È il 1865, ma il 2015 non è diverso.
Attraverso Raskol’nikov ho fatto la conoscenza di altre persone indimenticabili: Sonja Marmeladova (il suo nome, così dolce, mi si scioglie in bocca, e non posso non pensare che la salvezza alberghi nel suo parasole bucato), il candido Razumichin, l’arguto e buono detective Porfirij, Svidrigajlov dal nerissimo cuore. La vera Vladimirka – la via per la Siberia – è separarmi da loro.


Mi rifiuto di credere che Dostoevskij sia stato un uomo come noialtri e che tutto questo non sia che una sua creazione. Una creazione, forse, ma del tipo che infonde la vita e che profuma irresistibilmente di divinità. 


martedì 7 luglio 2015

Un'altra Penelope... anche sullo store Mondadori!

In vendita da oggi anche su MONDADORI STORE la versione epub del mio racconto Un'altra Penelope.



SINTESI
Penelope è una giovane donna alla ricerca di un suo equilibrio. La depressione e un tentativo di suicidio l'hanno lasciata vuota e in tutto dipendente dalla famiglia. Attraverso l'analisi e la scrittura, cerca ora un senso per la propria vita - se è possibile trovarne uno. Per far questo, si rifugia nelle storie, nelle persone e nei luoghi della sua infanzia, alla riscoperta di un sé forse più autentico, certamente più vivo. 

Oppure:

Non sei persuaso?

Compi un atto di gentilezza e sarai ricompensato da una buona lettura.

venerdì 3 luglio 2015

Un'altra Penelope... su Amazon!

In copertina, una bella foto di Marco Tamborrino
Da oggi disponibile per Kindle il mio racconto lungo Un'altra Penelope, scritto durante il corso "Chi dice IO", organizzato dalla Scuola Holden a Bologna. Un'esperienza davvero interessante e formativa, che mi ha permesso di conoscere bravi colleghi e un ottimo insegnante, lo scrittore Andrea Tarabbia.

Sul blog trovate gratuitamente i primi due capitoli del racconto:

Al prezzo di un caffè, invece, potete scaricarlo da Amazon e leggerlo per intero sul vostro Kindle o su un'applicazione Kindle gratuita per PC (clicca per info e per scaricarla):
Spero vogliate sostenermi in questa piccola trasferta. Buona lettura e fatemi sapere cosa ne pensate. A fianco trovate le info per raggiungermi su Facebook, Twitter o Goodreads.
Smack.

sabato 20 giugno 2015

Il soccombente, Thomas Bernhard

«Voleva essere artista, a lui non bastava essere l’artista della propria vita, benché questo concetto racchiuda tutto ciò che può rendere felice qualsiasi persona lungimirante, pensai. Wertheimer insomma si era innamorato, o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine. In effetti potrei dire perfino che pur essendo certamente infelice nella sua infelicità, sarebbe stato ancora più infelice se dall’oggi al domani avesse smarrito la sua infelicità, se questa da un momento all’altro gli fosse stata sottratta, il che dimostrerebbe ancora una volta che in fondo Wertheimer non è stato infelice, ma anzi felice, sia pure con la sua infelicità e a causa di essa, pensai. In verità sono molte le persone che proprio perché profondamente immerse nella loro infelicità, in fondo sono felici, pensai, e dissi a me stesso che forse Wertheimer è stato davvero felice perché della propria infelicità è stato consapevole in ogni momento e di essa si è potuto rallegrare».


È stato difficile arrivare in fondo a questo libro (il che, di solito, non presuppone una recensione positiva). È stato difficile, perché questo romanzo brutale, spietatamente sincero in ogni sua parte, ha tolto la crosticina a ogni mia ferita, quelle già rimarginate e quelle in via di guarigione.
Il soccombente è la storia di tre virtuosi del pianoforte, conosciutisi da giovani in una delle più prestigiose scuole di musica austriache: Glenn Gould, Wertheimer e il narratore. Il momento decisivo per la loro amicizia, ma soprattutto per la loro vita, fu quello in cui Glenn eseguì, con genio insuperabile, le Variazioni Goldberg di Bach, pezzo che gli sarebbe valso, in futuro, la fama mondiale.



Quel momento ritorna nella vita del narratore e di Wertheimer come uno spettro: al cospetto di quella perfezione, essi e il loro modo di suonare sono niente. Se non possono essere la perfezione, allora vogliono essere niente, e per questo abbandonano la carriera pianistica. Ciò ha effetti diversi sulla loro vita: il narratore, per cui il pianoforte è sempre stato un capriccio, accusa meglio il colpo e si ritaglia uno spazio di sopravvivenza; invece Wertheimer, per cui il pianoforte era tutto (nonostante l’incapacità di raggiungere il vertice), alimenta le braci di un fuoco spento. È proprio lui il protagonista del romanzo: il soccombente, l’uomo che ha fatto del fallimento la cifra della propria esistenza, un uomo inadatto alla vita e tirannico nella sua inettitudine. Ora, io credo che il fallimento sia anche la cifra della nostra esistenza, forse non di tutti, ma certamente una delle esperienze più comuni, sia esso un fallimento reale o un fallimento che sentiamo di incarnare. Per questo il romanzo non può che ferirci e torturarci, gettandoci in faccia le nostre mancanze e vigliaccherie. Bernhard lo fa con uno stile ripetitivo fino all’ossessione, e forse davvero ossessionato, come ossessionato è il narratore dal genio di Glenn e dal fallimento di Wertheimer, poli opposti tra i quali anche la sua vita è sballottata e si destreggia per trovare il giusto mezzo. È un libro che apre nella mente squarci lancinanti di verità e credo che nessun lettore dovrebbe negarlo a se stesso.

sabato 13 giugno 2015

Under, Giulia Gubellini

«Aveva aperto il gas, il fischio del vento, la pressione dell’aria contro il corpo e la moto che si spingeva oltre ogni barriera. Alice si era stretta a lei, aveva staccato una mano, spalancato le braccia. Sara nello specchietto l’aveva vista ridere fino alle lacrime, e si era sentita felice. Aveva mostrato ad Alice cosa si prova a essere liberi».


Questo romanzo è stato per me una piacevole scoperta. Tanto più piacevole, se si pensa che per trovare una buona lettura YA, che coniuga l’elemento distopico col paranormale, non bisogna neanche uscire dai confini nazionali. Almeno per questa volta.
La vicenda è ambientata in Italia, nel 2025. Il paese immaginato dall’autrice sembra aver fatto un passo indietro di circa un secolo: di nuovo, per uscire da una crisi ha preferito affidarsi alle seducenti promesse di un’Autorità Provvisoria, che ha lasciato credere di saper risolvere tutti i problemi, ed è diventata essa stessa il problema. Uno scenario non così incredibile, quando si pensa al nostro carattere nazionale, in cui velleità di sottomissione al più forte e memoria corta hanno sempre scritto la storia.
In questa Italia è cresciuta la giovane Alice, che conosce la libertà solo attraverso le parole della sorella Sara, ribelle e anticonformista. Il suo esempio le ha insegnato a ragionare con la propria testa e a vedere nell’Autorità Provvisoria non una presenza inevitabile e quasi fatale, ma un’intrusione tirannica. Talmente tirannica che un giorno, per caso o forse no, Alice viene prelevata con la forza – fatta scomparire –  e reclusa in un bunker sulle Alpi, insieme al ragazzo per cui ha una cotta e altri undici adolescenti. Non si tratta, però, di adolescenti comuni: la maggior parte di loro sono assassini, provenienti da Centri Rieducativi del paese; altri sono Ribelli, colpevoli di aver sfidato l’Autorità Provvisoria. Sono stati selezionati per partecipare alla prima edizione di Under, reality show ed esperimento sociale, congegnato per impartire al pubblico una sana dose di paura dell’Autorità, ma soprattutto il rispetto per il suo impegno contro la criminalità minorile. I concorrenti devono convivere in condizioni di privazione assoluta e scontrarsi quotidianamente su un ring per la propria sopravvivenza, in un crescendo di tensione, soprusi, strategie e assassinii a sangue freddo.
La bravura dell’autrice consiste nel non risparmiare sulla componente di violenza, sia essa verbale o fisica. In alcune scene il lettore è stretto in una morsa di tortura e disgusto, molto appropriata per lo scenario che si vuole dipingere, felicemente non edulcorato. Interessante è anche la scelta delle tre storie parallele: Alice nel bunker, il tentativo di salvataggio da parte della sorella e di un ribelle-veggente e il punto di vista dei due supervisori e registi di Under. Le diverse focalizzazioni consentono di entrare in confidenza con lo scenario politico descritto dall’autrice: per esempio, per chi vive a Bologna, come me, è una delizia ritrovarla descritta sotto le spoglie di Città 051 e seguirne la geografia e l’evoluzione. Unica pecca: forse la sovrabbondanza e la frammentazione dei punti di vista (anche all’interno di una stessa pagina) rendono difficile per il lettore stabilire un rapporto più stretto ed empatico con i personaggi. Per il resto, Under presenta una scrittura fresca e pulita, certamente un esordio da non sottovalutare, premessa di sviluppi necessariamente positivi. Il finale lascia aperta la possibilità di un seguito, in cui spero (qualora si realizzi) possa essere approfondito ancora di più lo scenario politico e sociale.
A Giulia, i migliori auguri.

domenica 31 maggio 2015

E così vorresti fare lo scrittore, Giuseppe Culicchia

«Preparati. Se proprio vuoi fare lo scrittore, preparati. Ma preparati sul serio. Perché le ferrovie italiane, specie in provincia, sono quello che sono. […] Sappi che prima o poi ti inviteranno per esempio a Perugia, e a meno che tu non sia di Perugia scoprirai quanto sia difficile raggiungere Perugia, quale che sia la stazione di partenza». 


(Curiose coincidenze: mentre leggevo questa citazione, ero a bordo dell’Intercity che mi riportava verso casa, con 40 minuti di ritardo, in provincia di Perugia. Signor Culicchia, quanto la capisco!)

Ho acquistato questo manualetto attratta dal titolo e dalla graziosa copertina. Devo dire che non ha tradito le aspettative: è stata una lettura piacevole, che mi ha strappato più di una risata, ma che non manca di suscitare qualche amara riflessione sul mondo dell’editoria. Ripercorrendo le tappe della propria carriera, nelle sue gratificazioni ma anche e soprattutto nei suoi inconvenienti e nelle ricorrenti ossessioni, Culicchia restituisce un’immagine (credo) piuttosto sincera del lavoro di scrittore: mestiere di cui molti hanno un’idea abbastanza romantica e che, invece, è soggetto a necessità e compromessi del tutto prosaici, al pari di qualsiasi altra professione. 

Per chi è interessato a pubblicare o ha appena pubblicato qualcosa o comunque ambisce a un posto tra gli addetti ai lavori, il libro può avere una certa utilità. Un’utilità, per così dire, smaschera-sogni, che cinicamente decostruisce una o due centinaia di illusioni. Per questo consiglierei di prenderlo col sorriso sulle labbra, in modo da non farsi smorzare ogni entusiasmo. 

Credo che il panorama dell’editoria sia un po’ cambiato rispetto allo scenario descritto da Culicchia: oggi il canale del self-publishing, sempre più utilizzato, sta allevando scrittori (polemica: dobbiamo/possiamo definirli/ci tali?) sempre più disincantati, per i quali l’accesso al Dorato Mondo delle Lettere non è più una meta così ambita né auspicabile e che sanno per primi re-inventarsi imprenditori di se stessi. Si parte, insomma, con qualche illusione in meno, con qualche abilità in più. Se questo sia un bene o un male, non so dire: penso solo che la paura di fallire o anche un pregiudizio verso i tradizionali canali dell’editoria non dovrebbero impedirci la felice ingenuità del tentativo. E, soprattutto, niente dovrebbe intaccare la felicità di scrivere, unico motivo legittimo per “voler fare lo scrittore”.


venerdì 29 maggio 2015

Niels Lyhne, Jens Peter Jacobsen


«Era stanco di se stesso, dei suoi freddi pensieri e dei suoi sogni. La vita un poema! Non quando si passa il tempo a poetare sulla vita invece di viverla. Com’era priva di contenuto, vuota, vuota, vuota! Ah, quel continuo andare a caccia di se stesso, spiando scaltramente le proprie impronte, in un eterno girare in tondo; quell’apparente tuffarsi nel fiume della vita, e intanto starsene seduto a gettar l’amo, aspettando di pescare se stesso sotto chissà quale travestimento! Ah, se solo si fosse decisa a venire finalmente – la vita, l’amore, la passione – così che smettesse di farvi sopra della poesia, per lasciare che fosse la vita stessa a farsi poesia con lui». 



È una di quelle rare occasioni in cui credo di aver poco da aggiungere alla citazione iniziale, se non questo: mai come leggendo Niels Lyhne mi sono resa conto che in un romanzo dell’800 si può trovare tutto quel che cerchiamo, risposte a domande che non abbiamo mai osato formulare, sfumature di sentimento per le quali non siamo riusciti a trovare una corrispondenza verbale. Jacobsen, come molti colleghi del secolo, sembra possedere quella conoscenza della natura umana che ce lo rende estremamente caro e che, allo stesso tempo, lo allontana inesorabilmente da noi, figli di due secoli di dubbio e di rifiuto della conoscenza.
Niels, protagonista del romanzo, ha la grazia di un personaggio di Čechov: animato da una grandissima fame di vita, non riesce tuttavia a compiere il passo di vivere. La sua esistenza si svolge in un interminabile sogno: sogna l’amore – e non lo raggiunge che per istanti fugaci; sogna di essere poeta – ma non sente mai arrivato il momento di offrire al mondo la propria poesia. Così nell’attesa vediamo svolgersi la sua vita, vuota, sempre più vuota, coerentemente con la fede atea e nichilista che lo muove. Una rosa di delicatissimi personaggi gli fa da contorno: Bartholine, madre di Niels («In mezzo a tutta quella bellezza lei rimaneva con il suo inappagato desiderio di bellezza in cuore»); Erik, l’artista che nel rumore del mondo perde la sua musa; la signora Boye; Fennimore. Nel tratteggiare i personaggi femminili Jacobsen dà il meglio di sé, dimostrando una rara e stupefacente capacità di penetrazione, che apre nell’animo grandi squarci di chiaroveggenza. 
Se volessimo trovare un tema, dovremmo dire che Niels Lyhne è il romanzo della «nostalgia della vita: non di una sua forma particolare e determinata di cui si lamenti la mancanza, ma della vita in sé, come se essa stessa fosse assente» (Claudio Magris). Per questo non può che trattarsi di un libro doloroso, amaro, impietosamente pessimista, ove non è prevista alcuna forma di catarsi. Conoscersi non salva. 

Di Chiara Pagliochini