mercoledì 6 gennaio 2016

Nove racconti, J.D. Salinger

«Poi accadde una cosa assolutamente orrenda. Mi trovai come trascinato a pensare che qualunque cosa facessi per diventare un uomo capace di amministrare la sua vita con distacco, con buon senso o con eleganza, sarei sempre stato tutt’al più un visitatore in un giardino di orinali e pappagalli smaltati, con una cieca divinità di legno ritta in un angolo, vestita d’un cinto armato».


Sono felice, persino orgogliosa di aver salutato il 2015 e inaugurato il 2016 in compagnia di un tipetto come Salinger. Feci la sua conoscenza nell’agosto del 2011: il romanzo era Il giovane Holden, mostro sacrissimo, e mi piacque molto. Da allora, ho preso a dividere le persone che incontro in due macro-categorie: quelle che amano Il giovane Holden (facciamo amicizia?) e quelle a cui non è piaciuto (shò). So che si tratta di un pregiudizio letterario bello e buono, ma statisticamente ho rilevato che tendo a instaurare rapporti d’amicizia con Holden-persone, mentre mi sento a disagio con non-Holden-persone. Se credete che il mio criterio per farsi buoni amici possa funzionare, siete liberi di adottarlo.

Nell’aprile del 2013 lessi Franny e Zooey. Mi piacque ancor di più e mi diede le risposte che cercavo in un periodo psicologicamente complicato. Dovessi attraversare un’altra crisi “mistica”, sarà il primo libro da cui tornerò.

Ora che ho letto i Nove racconti, penso che sia legittimo annoverare Salinger tra i miei scrittori preferiti (alias miti letterari irraggiungibili e luminosi) e credo anche che trarrò la più grande soddisfazione da qualsiasi altro libro, racconto o lista della spesa da lui compilati.

Il modo in cui Salinger scrive è questo:
lui prende la penna e, come un pittore, appoggia prima un segno, poi l’altro. È una tecnica vagamente impressionista, senza disegno, un tocco di colore accostato al precedente. Pian piano si forma una figura riconoscibile. Pian piano la figura è inserita in uno spazio riconoscibile. Pian piano è diventata una realtà, un oggetto solido, con tutti i dettagli al suo posto, e colori vividissimi. Puoi domandarti il suo significato, ma l’impressione è che quel quadro rappresenti solo se stesso, in modo quasi sfacciato, enigmatico. Come la Colazione dei Canottieri di Renoir, la cui composizione ossessiona l’Uomo di Vetro nel Favoloso mondo di Amélie.

Il modo in cui Salinger scrive è questo:
essendo disperatamente umano. Non negando quel fondo di dolore che è caratteristico di ogni umana esperienza: l’esperienza della morte, l’esperienza della guerra, l’esperienza della crescita, l’esperienza dei rapporti interpersonali. Per Esmé: con amore e squallore: fa piangere, non leggetelo in treno. Salinger e Dostoevskij premono i piedini sullo stesso pedale misticamente sensibile della mia mente.

Il modo in cui Salinger scrive è questo:

perciò che gli eredi si sbrighino a tirare fuori i suoi manoscritti inediti, per Dio! 


2 commenti:

  1. la perfezione fatta racconto (nove volte), capolavoro assoluto della letteratura di tutti i tempi, manuale per aspiranti scrittori, altro che scuole di scrittura creativa!!!

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  2. è stato il mio lascia-passare nel mndo della scrittura, "Il giovane Holden", quindi non è che mi piaccia... lo amo alla follia!
    Questi racconti li ho a casa, vedremo di leggerli...

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